A proposito di stampa, sinistra e finanziamento pubblico
Solidarietà al Manifesto, Solidarietà a Liberazione MA……
In questi giorni in tantissime redazioni di giornali politici e cooperativi si vivono ore drammatiche.
Il quotidiano Terra è stato il primo a cadere, poi è venuto il turno di Liberazione ed ora è il Manifesto a dover piegarsi alla liquidazione coatta. Anche l’Unità è in pericolo mentre a Nuova Ecologia non si pagano gli stipendi. Decine di altre testate sono sull’orlo del baratro.
E’ questa la conseguenza del taglio drastico dei finanziamenti all’editoria deciso dal Governo Berlusconi e confermato da Monti.
Con la scusa di riordinare il settore, tagliando le “testate finte” che servono solo per ottenere il finanziamento pubblico, si sta producendo una moria di “testate vere” che fanno informazione spesso scomoda.
Ovviamente la prima risposta necessaria è la piena solidarietà con queste testate, con i professionisti che le realizzano, con la loro battaglia per difendere, non solo il loro lavoro, ma un pezzo del pluralismo e quindi della democrazia.
Ieri la direttrice del Manifesto, in un drammatico video-editoriale, si è appellata ancora una volta ai propri lettori perché comprino il giornale in edicola ed ha dichiarato che questa lotta per la sopravvivenza è lotta politica.
Sono perfettamente d’accordo con lei MA vorrei aggiungere alcune considerazioni di fondo.
Perché siamo arrivati a questo punto? La crisi dell’editoria di sinistra non è solo finanziaria ma, come in qualche modo ammette Norma Rangeri, prima di tutto politica.
Esistono giornali come Il Fatto che sono nati proprio quando altri entravano definitivamente in crisi. Le testate, in un sistema funzionante, dovrebbero nascere e morire non perchè ricevono o meno finanziamenti ma se sono capaci di rispondere ad un bisogno dei lettori, degli ascoltatori, dei telespettatori, di coloro che si informano sul web.
Invece nessuno affronta questa crisi politica delle testate della sinistra quasi che sia un eresia dire che come i partiti anche il giornalismo di sinistra ha perso nel tempo la sua “connessione sentimentale” con il proprio popolo. Se servono appelli drammatici per far partire sottoscrizioni, vendite ed abbonamenti il problema invece esiste ed è grave. Parliamone.
Parliamo anche poi del fatto che esistono anche centinaia di esperienze editoriali, di redazioni formali ed informali, di luoghi e di professionalità dove si produce informazione di qualità senza alcun finanziamento pubblico.
Questo è un punto delicato. Da anni infatti, giustamente, le testate che rientravano nel quadro del finanziamento pubblico ci chiedono di unirci a loro nel pretendere che lo Stato contribuisca al pluralismo finanziandole. E’ una battaglia giusta MA solo se vediamo che forse il finanziamento non è una soluzione ma parte del problema. Nell’immediato è evidente che è necessario rifinanziare queste testate per impedire che spariscano di colpo esperienze importantissime, storiche, di valore culturale oltre che politico.
Però e’ possibile che i giornali e le testate della sinistra possano vivere solo con i soldi dello Stato? Vivere di finanziamento pubblico significa essere impiccati ai governi e, nel tempo, assumere comportamenti non sempre compatibili con la propria missione. Questo vale sia per i giornali che per i partiti.
Dice la direttrice del Manifesto che ora come non mai i suoi lettori devono comprare il giornale. Ha ragione. Sono i lettori la forza di una testata e questa deve rapportarsi e misurarsi con il loro numero. Tutte le testate hanno bisogno del sostegno dei loro lettori. Ma quelle che non hanno un finanziamento pubblico, nè possono sperare di averlo, hanno bisogno dei loro lettori più delle altre.
I lettori ed il loro numero non sono una variabile indipendente, un dettaglio. Se una testata parla a tremila persone questo è il suo peso. Lo dico perchè non sempre è chiaro se i giornali sono stati fatti per i lettori, per i giornalisti che li fanno, o per chi procurava o potrà eventualmente in futuro assicurare il finanziamento. Lo dico perchè al netto della storia, della influenza, della presenza nelle rassegne stampa e nelle mazzette non sempre la diffusione delle testate e dei loro contenuti è quella che la storia ci consegna soprattutto nell’epoca di internet.
Le imprese editoriali, anche quelle di sinistra, devono avere anche una loro sostenibilità economica.
Il direttore di Liberazione Dino Greco, in una intervista che gli ho fatto per Libera.tv, diceva che le vendite e le sottoscrizioni, pur generose, non riusciranno mai a sostenere il giornale. Beh questo è un problema, un problema serio che non trova risposta dal finanziamento pubblico. Se un giornale non può vivere di vita propria è sempre esposto al rischio di doversi piegare per sopravvivere.
A Greco rispondo che in Italia esiste un mercato immenso per la stampa di sinistra. Ci sono oltre tre milioni di persone che si considerano di sinistra a cui vendere i nostri prodotti. Dobbiamo interrogarci su come farlo e soprattutto su quali prodotti queste persone possano essere interessate a comprare. Questo è molto, molto chiaro a chi deve far quadrare un bilancio senza contare che sulle proprie risorse.
Noi (testate e giornalisti) dobbiamo cambiare e cambiare molto.
Al contempo dobbiamo mandare al “nostro popolo” un messaggio chiaro. Se la sinistra vuole la sua stampa deve sapere che se la deve pagare.
Un tempo questo era a tutti chiarissimo. Nessuno avrebbe pensato che De Gasperi finanziasse la stampa comunista. Ed allora si facevano le feste dell’Unità, gli abbonamenti, le distribuzioni e la raccolta pubblicitaria casa per casa, negoziante per negoziante. Reperire soldi per la stampa era il cuore della militanza politica.
Non sarà che anche a causa del finanziamento pubblico questa pratica, che chiariva la natura intresicamente partigiana della professione giornalistica, è andata perduta sostituita dalla passiva attesa dei soldi dello Stato o dalla ricerca del sostengo di “imprenditori democratici” che poi sempre imprenditori sono?
Se non si impara da questa crisi non si imparerà mai. Per ricominciare serve un patto per l’informazione libera e critica dove tutti, piccoli e presunti grandi, possano stare sullo stesso piano.
Bisogna che tutti partano dal presupposto che la morte dell’altro non è uno spazio che si apre ma una opportunità che si chiude. Bisogna che finiscano le gelosie di testata ed anche un modo burocratico e corporativo di sentirsi giornalisti anche durante le crisi aziendali. Per ricostruire l’informazione di sinistra serve innanzitutto un bagno di realismo e di umiltà che consenta di costruire progetti sostenibili anche economicamente, adeguati ad una comunicazione moderna dove, ad esempio, la carta, pur rimanendo importante, non è più il centro.
Prima di tutto però serve una scelta politica chiara che dimostri nei fatti la natura “critica” di questa informazione, la sua impermeabilità agli interessi economici dominanti, la sua avversità ad ogni burocrazia politica o sindacale anche quando questa controlla “i cordoni della borsa”.
Fare informazione è battaglia quotidiana. Si può fare. Lo spazio c’è ed il futuro anche. Basta vederlo e basta volerlo.
Jacopo Venier – direttore di Libera.Tv













Grillismo annacquato
vai pure al Fatto come quel rudere del tuo segretario Diliberto: tra razzisti, qualunquisti e anche fascisti di cui il Fatto trabocca forse troverete il vostro humus incoffessabile
Per precisione Diliberto forse è un rudere ma da tempo non è più il mio segretario. Il Fatto non è un modello ma dimostra che si può fare. Se la linea politico editoriale trova una condivisione in parte dell’opinone pubblica allora l’impresa editoriale regge.
Scrive Antonella Cardone su Facebook.
Tutto verissimo e condivisibile, ma credo che l problema è che è molto cambiata, rispetto al passato, l’identità del lettore di sinistra. Ed è un problema che le vecchie generazioni di giornalisti mi pare stentino a capire, visto che si continua a proporre come modello positivo per i giornali di sinistra Il fatto. allora, Il Fatto ha successo perchè è tutto tranne che un giornale di sinistra inteso alla vecchia maniera, è un giornale che ha fatto dell’antiberlusconismo il suo cavallo di battaglia e che punta il dito contro qualunque malaffare gli capiti sottocchio. Ha lo stesso appeal dei grillini e di Di Pietro, per intenderci. Invece il giornale di sinistra alla vecchia maniera funzionava come megafono per la Messa dei dirigenti di partito e dei vari capicorrente di partito. Un megafono che non ha più ragione d’esistere perchè i partiti non comunicano più in quel modo, e non hanno bisogno del giornale cartaceo per far arrivare la Messa al lettore di sinistra. quindi un giornale che volesse parlare a quei tre milioni di elettori che si dichiarano di sinistra dovrebbe dire cose nuove, cose diverse, aiutare anche a formare quella nuova identità di sinistra che la politica non è in grado di fare. Insomma, creare coscienza politica con campagne giornalistiche chiare e nette (ad esempio, per stare sul facile, no al cemento e si al verde, no alle pellicce e sì alla lana). Purtoppo la vecchia generazione di giornalisti non è in grado di attuare un cambiamento metodologico del genere, nè la si può formare perchè il terreno è inesplorato e va inventato tutto ex novo
Conversazione con
Daniela Agostini ottime riflessioni..il finanziamento pubblico garantisce la libertàdi espressione!!! possibile che solo sallusti feltri e belpietro possono continuare a disinformare perchè hanno alle spalle berlusconi…
Iacopo Venier Bis noi dovremo sempre fare i conti con qualcuno che ha alle spalle qualche potente. La nostra forza è solo nel numero. L’informazione costa. Qualcuno la deve pagare.
Daniela Agostini la vedo dura ….
Iacopo Venier Bis E’ dura se continua la frammentazione autoreferenziale, se la crisi non insegna nulla. La proposta su cui dobbiamo lavorare è una ripartenza dove ognuno metta il suo ma si costrisca sul solido un progetto moderno.
Conversazione con:
Alessio Bellini
Caro Iacopo, un passaggio nel tuo articolo mi sembra ingeneroso nei confronti del Manifesto: quando sembri alludere ad una mancanza di indipendenza (perché si è dipendenti, alla fin fine, dal finanziamento pubblico). Pare che tu riprenda una polemicuccia di quelli del Fatto. Quotidiano che ho acquistato due o tre volte, e che mi fa onestamente cagare.
Iacopo Venier
Il Fatto non mi piace per niente e non lo ho mai comprato. Il Manifesto è in crisi ormai da molti anni e non è una crisi solo economica. Mi ricordo un mio grande amico e compagno Stefano Chiarini che mi raccontava delle riunioni di redazione dove il giornale veniva trasformato in una federazione di pagine. Il finanziamento pubblico secondo me è più un problema che una opportunità. Infatti alla fine si chiede ai lettori di sostenere l’impresa. Speriamo che il Manifesto ci risesca ma se non cambia profondamente non si salverà davvero. E poi ci sono tutti gli altri….
Il commento de:
l Sikulo
La crisi dei giornali di sinistra è la crisi dei partiti di sinistra, e viceversa. Essi non sanno più interpretare la realtà, spesso provano goffamente a stare con un piede in due scarpe… hanno perso ogni bussola, specie in politica estera dove spesso fanno da megafono all agenda dell imperialismo, con una capacità ormai nulla di leggere rivolte , rivoluzioni, regimi dittatoriali o meno in un ottica di classe e a favore della Sovranità nazionale, o comunqueleggerli con spirito di discernimento autonomo. I giornali uguale, quindi è normale che il lettore inizi a provare disaffezione verso contenuti verso i quali non si riconosce più o che comunque appaiono come subalterni alla logica del neoliberismo e dell imperialismo. Non siamo più in grado di procedere strategicamente, al massimo di navigare a vista, e questi sono i risultati.
Il commento di :
Massy Biagio articolo da 10 e lode in questa pagina che hai scritto c’è tutto il problema della politica italiana, si sciupano energie che potrebbero portare ad un effettivo miglioramenteo di quest società, invece di starnzzare contro il politico di turno, e il solito ‘piove govenro ladro’ quello che è avvenuto in questi giorni con la neve a roma è un’ulteriore dimostrazione di totale assenza dalla realtà del giornalismo italiano, chi non guadagna’ a casa
Ottimo articolo, Iacopo, e, come scrive Massy Biagio, dentro il tuo scritto c’è tutto il problema delal politica italiana. Io aggiungo della sinistra italiana
condivido il commento de il sikulo, io compravo il manifesto, ho smesso. Perchè devo comprare un giornale che mi fa incazzare e due volte su tre se la piglia pure con i comunisti? Certo dispiace, ma dispiace anche che siano cambiati così tanto. Io voglio legge’ un giornale Comunista non che ogni settimana, da anni si butta sempre più a destra. Se poi servono gli esempi si ritirano fuori, non c’è problema. (basta l’ultimo veleno contro liberazione che è solo sintomatico, ma se andiamo sulla politica nazionale e estera uh… )
Non mi rappresenta, mi spara contro, non lo compro, quell’euro lo metto a pro di chi mi rappresenta e ha i miei obiettivi politici, mi pare il minimo.
Laura
condivido la tua analisi jacopo
c’è un problema di “connessione sentimentale” a sinistra che riguarda la credibilità dei partito come degli organi di informazione che sono quasi partito proprio come il manifesto o organi di partito come Liberazione.
e l’esempio con l’Unità è calzante.
ci leggo in filigrana anche un’altra questione.
il manifesto chiede aiuti di stato e dai lettori per sopravvivere mentre tanti altri, soprattutto nel campoi dei nuovi media, dallo stato non hanno mai avuto nulla e mai si sognerebbero di chiederlo
siamo ad un passaggio di fase simile a quella presunta guerra generalzionale nel campo del welfare tra garantiti e no
passaggi delicati ma che bisogna affrontare
nicola
Tanto per dire, vi riporto l’offerta che sta facendo il Time.
Abbonamento annuale a 29 euro invece che a 243 euro. E in regalo altri sei mesi. E gli speciali. E un orologio.
Che vogliamo dire del Manifesto?
Inoltre non sono d’accordo con Antonella Cardone per la quale l’”identità di sinistra” si misura con “campagne giornalistiche chiare e nette (ad esempio, per stare sul facile, no al cemento e si al verde, no alle pellicce e sì alla lana)”: si rischia di dire anche sì indiscriminati alle energie alternative (con megaincentivi, per stare sul facile, ai pannelli solari).